Speciale “Il volo di Sara”, parte seconda: intervista a Matteo Corradini, ebraista e scrittore

>>Il volo di Sara, >>Lorenza Farina, >>Sonia M.L. Possentini

Seconda parte del nostro speciale per il Giorno della Memoria in cui si commemorano le vittime della Shoah. Nella prima parte abbiamo intervistato Lorenza Farina e Sonia Maria Luce Possentini, rispettivamente scrittrice e illustratrice de Il volo di Sara, un libro che racconta ai più piccoli il dramma di ciò che è stato; in questa seconda parte abbiamo incontrato Matteo Corradini, ebraista e scrittore, nonché curatore della nuova edizione del Diario di Anne Frank.

Le immagini sono tratte da Il volo di Sara.
La prima del nostro speciale è disponibile qui.

27 gennaio, Giorno della memoria. Ci ricordi perché è stata scelta proprio questa data?
È il giorno della cosiddetta “liberazione” del lager di Auschwitz. Dico “cosiddetta” perché nessun campo fu liberato per volontà militare ma semplicemente per l’avanzata delle truppe. Auschwitz è il simbolo della Shoah, e l’apertura dei suoi cancelli rappresenta un momento simbolico molto forte.

Cosa ha distinto la Shoah da altre tragedie della Storia e perché è importante ricordarla?
La solitudine. L’orrore del disprezzo pubblico. La noncuranza della politica. La lontananza. La spensieratezza trasformata in paura. L’egoismo. Il desiderio di sopravvivere. L’essere giovani nel mare in tempesta. Essere diversi, e proprio per questo uguali. Il desiderio di resistenza. Aver paura degli altri, dei nuovi individui che popolano la nostra terra, e non sapere se reagire con violenza o con accoglienza. Sono questioni di ieri o di oggi? Forse sono questioni di sempre, e la Memoria serve a farle affiorare. A mostrarci che non siamo diversi dagli ebrei, e che persone intorno a noi stanno subendo la storia così come la subivano gli ebrei.
Soprattutto, il Giorno della Memoria non deve lasciarci in pace: il 27 gennaio ci dice che in ognuno di noi, anche nel più santo, c’è una briciola di fascista. Derido chi dice che il fascismo ha fatto anche cose giuste: contro quel male, che è sottile, è un male che t’ingrigisce senza che tu te ne renda conto, vogliamo aprire una lotta. È in fondo semplice darla contro ai nazisti e stare dalla parte degli ebrei di ieri. Ma difficile, difficilissimo, vedere quella scheggia di razzismo che alberga in noi, riconoscerla e fare di tutto (aprire gli occhi, studiare, incontrare, generare azioni virtuose, essere pragmatici, non dare nulla per scontato…) per indebolirla.

Fai molti incontri e laboratori su questo tema: qual è la reazione dei ragazzi di fronte a questi fatti, cosa sanno i ragazzi di cosa è accaduto più di settant’anni fa?
A me, più di tutto, piace lavorare nelle scuole. Anche nelle scuole più piccole. Vengo travolto dalle domande dei giovani nelle scuole, dai loro dubbi. Lavorare con i ragazzi partendo dal passato è molto difficile, perché per ragioni anagrafiche tutto è percepito come lontano, e visto che è lontano è anche inutile, e «visto che è inutile cosa ci fa qui l’ebraista? Intanto però perdo l’ora di chimica». È proprio il pensiero dei giovani che non te la faranno passare liscia a spingerti a cercare un perché, e un senso a quello che fai. Se entri in un liceo e parli a trecento diciottenni e non hai un senso, sei spacciato, ti sei lanciato senza il paracadute convinto che il valore di quello che sai ti terrà su. In bocca al lupo.

E cosa sanno (o fanno) gli adulti che dovrebbero trasmettere questa conoscenza?
Il 27 gennaio ha un senso molto grande. E perché la molla energetica di questo giorno non venga arrugginita dal cerimoniale, dalla retorica, dalle frotte di improvvisati e parvenu, la soluzione è una sola: coniugarlo al presente. Quegli anni, gli anni della Seconda guerra, della Soluzione finale, delle persecuzioni razziali, sono tanto diversi dai giorni di oggi. È vero, ma il gheriglio di quelle storie, pur sotto un guscio che si mostra differente, ha il gusto delle storie di oggi. Ha il gusto dei giovani di oggi.

A parte i classici come Diario di Anne Frank o Se questo è un uomo di Primo Levi, che libri consigli di leggere, per grandi e piccini, su quest’argomento?Intanto, non consiglio il libro di Primo Levi alle elementari. Questo perché Levi non voleva parlare ai ragazzi: ha un linguaggio alto, è uno scrittore molto complesso e non adatto a loro, infatti lo consiglio dalle superiori in su. Se però vogliamo rimanere sul cognome Levi, consiglio per i ragazzi la lettura dei libri di Lia Levi, una che sa raccontare le storie, e le sue sono sempre autobiografiche anche quando non lo sembrano. E consiglio quelli di Uri Orlev, come per esempio L’isola in via degli Uccelli, e anche il graphic novel Maus di Art Spiegelman. Poi , per i grandi, posso consigliare due libri che personalmente ho trovato illuminanti: C’era l’amore nel ghetto di Marek Edelman e Badenheim 1939 di Aharon Appelfeld.


Chi è Matteo Corradini
Nato nel 1975, Matteo Corradini è ebraista e scrittore.  Dottore in Lingue e Letterature Orientali con specializzazione in lingua ebraica, si occupa di didattica della Memoria e di progetti di espressione. Dal 2003 fa ricerca sul ghetto di Terezín, in Repubblica Ceca, recuperando storie, oggetti, strumenti musicali. È tra i curatori del festival scrittorincittà (Cuneo). Ha fondato il Pavel Žalud Quartet e il Pavel Žalud Trio in Italia ed è tra i fondatori dell’Institut terezínských skladatelů (Terezín Composers Institute) in Repubblica Ceca. ha realizzato conferenze musicali e regie teatrali. Tra i suoi ultimi libri, la cura del Diario di Anne Frank (BUR Rizzoli) e delle memorie di Inge Auerbacher (Io sono una stella, Bompiani), i romanzi Annalilla (Rizzoli) e La repubblica delle farfalle (Rizzoli), l’opera Siamo partiti cantando (RueBallu) dedicata a Etty Hillesum.

 

 

 

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Speciale “Il volo di Sara”, parte prima: intervista alla scrittrice Lorenza Farina e all’illustratrice Sonia Maria Luce Possentini

>>Il volo di Sara, >>Lorenza Farina, >>Sonia M.L. Possentini

Il 27 gennaio è il Giorno della Memoria in cui si commemorano le vittime della Shoah.
La scelta del 27 gennaio ricorda il giorno del 1945 nel quale le truppe dell’Armata Rossa entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz.
Per non dimenticare e per raccontare ai più piccoli il dramma di ciò che è stato, nel 2013 Lorenza Farina ha scritto l’albo  Il volo di Sara: illustrato da Sonia Maria Luce Possentini, si è subito imposto come un classico moderno. Per celebrare il giorno della Memoria, abbiamo realizzato questo speciale in due puntate: nella prima abbiamo intervistato le due autrici del libro, nella seconda il biblista e scrittore Matteo Corradini, curatore anche della nuova edizione del Diario di Anne Frank.

 

Come è nata la storia de “Il volo di Sara”?
Lorenza Farina
: Questo racconto è la naturale continuazione de La bambina del treno (Edizioni Paoline) che narra il viaggio di Anna verso ignota destinazione. La bambina, chiusa in un carro bestiame insieme alla mamma e ad altri disperati con la sola “colpa” di essere ebrei, va incontro al suo destino, ignara di ciò che l’aspetta ad Auschwitz. Ne Il volo di Sara mi sono spinta più in là. Ho cercato di raccontare l’indicibile, cioè la vicenda umana di una bambina ebrea in un campo di concentramento, narrata però da un osservatore insolito, un tenero pettirosso che mostra di avere un cuore e una sensibilità che non possiedono invece le “bestie” vere che governano quel luogo di dolore e di morte. Appena Sara, all’arrivo, verrà separata dalla mamma, l’uccellino decide di farle da padre e da madre. È un racconto dove le parole delicate e forti per il loro valore metaforico s’intrecciano con le immagini intense di Sonia M.L. Possentini. Non c’è un lieto fine anche perché nella storia vera, quella con la S maiuscola, non c’è stato un lieto fine. Di fronte alla tragedia umana, comunque, c’è una piccola via d’uscita, qui rappresentata dalla figura dell’uccellino che starà sempre accanto alla bambina e la proteggerà fino a donarle le sue ali per l’ultimo volo.
Sonia Maria Luce Possentini: Semplicemente l’editore Stefano Cassanelli me l’ha proposta ritenendo che fossi in grado di fare un lavoro così importante.

Come si è svolta la ricerca per trovare le parole e le immagini adatte per raccontare il Male assoluto della Shoah?
Lorenza Farina
: Ho fatto tesoro dei racconti tramandati dai miei nonni e da un vecchio amico di famiglia che visse in prima persona la terribile esperienza del lager. Poi ho letto vari diari e memorie di sopravvissuti, racconti e romanzi sulla Shoah. Il volo di Sara appartiene a quella letteratura-testimonianza che, anche se prodotta da una finzione letteraria, può aiutare i più piccoli a conoscere la Shoah e a non dimenticare. In questo racconto mi sono affidata alla dimensione allegorica della letteratura per l’infanzia, al suo lirismo magico attraverso immagini di forte impatto emozionale dove anche il silenzio può diventare assordante. La parola letteraria, il racconto d’invenzione giungono direttamente al cuore, al sentimento, intrecciando fantasia e realtà. Il bambino lettore ha modo così d’interrogarsi sul senso dell’esistenza e sui valori della vita. Ha l’occasione di conoscere parole come paura, solidarietà, gioia e sofferenza, vita e morte.
Sonia Maria Luce Possentini: Da anni partecipo ai viaggi della memoria con l’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea (Istoreco) di Reggio Emilia, ho chiesto documenti e il contatto con il museo di Auschwitz che mi ha permesso di entrare nella loro banca dati d’immagini. È stato doloroso ma necessario, soprattutto vedere i bambini. La storia della Shoah, l’ho conosciuta da mio nonno deportato e poi sopravvissuto al campo di concentramento di Dachau. Oltre a una ricerca d’immagini, ho scavato molto nei ricordi di memoria che mi legano alla mia famiglia.

Quali sono le reazioni nei bambini e nei ragazzi quando presenti il libro? Secondo te c’è una reale conoscenza di questi fatti storici?
Lorenza Farina
: Durante gli incontri con i bambini a scuola, in libreria o in biblioteca ho percepito tanta emozione da parte loro, espressa sia attraverso domande sia attraverso silenzi eloquenti e sguardi attenti e partecipi. Lo sguardo infantile di Sara è, in fondo, lo sguardo di ogni lettore bambino che, guardando queste immagini, vorrà sapere e avrà bisogno di un adulto che risponda alle sue domande. L’orrore va comunque affrontato e di questo i bambini sono forse più consapevoli degli adulti. Il bambino coglie nel racconto solo ciò che la sua esperienza della realtà gli permette di cogliere. La paura di parlarne è legata più alla nostra consapevolezza di adulti che alla sua. La tragedia della Shoah per lui è solo lo sfondo della vicenda narrata più che una reale conoscenza dei fatti storici. Altri sono gli elementi che gli rimangono maggiormente impressi: la mamma portata via, l’uccellino che accarezza e consola, la possibilità di volare. Come adulti dobbiamo riuscire a trovare il pudore delle emozioni, cosa sicuramente non facile, usando delicatezza nel gettare i semi della conoscenza e della coscienza. Si deve conoscere, perché la memoria si costruisce sulla base del sapere e i libri possono fare molto. In attesa che i bambini possano, crescendo, approfondire a livello scolastico questo argomento, inserendolo in un definito ambito storico, si può loro offrire un racconto per immagini come questo che trova vie più adatte alla loro età e sensibilità. Queste storie aiutano chi legge a ricordare, a recuperare un passato che non si può nascondere, ma che deve, per essere compreso, diventare anche un luogo dell’immaginario. Significa, come ha ben sottolineato la studiosa di letteratura per l’infanzia Emy Beseghi in un suo interessante articolo pubblicato nelle rivista LiBeR: “promuovere la lettura come strumento di conoscenza storica, /…/riconoscere nella narrativa la capacità effettiva di essere ponte per il passaggio dalle storie alla Storia. Condizioni importantissime affinché la conoscenza così esperita si possa tradurre in Memoria: l’incontro vivo col passato che si sedimenta come memoria del proprio vissuto”.
Sonia Maria Luce Possentini: La reazione dei bambini è di grande rispetto e di curiosità per la Storia. Mi sono sentita negli anni dire cose meravigliose da loro, anche ringraziarmi perché attraverso le immagini hanno compreso in pieno il grande Male. Conoscerlo può portare a evitarlo. Credo che il volo di Sara sia stato un albo importante per far conoscere senza edulcorare la Storia con la “S” maiuscola. Credo che non si possa regalare questo fatto a un’unica giornata, ma bisogna preparare il cuore. Non bisogna arrendersi, non bisogna fermare la memoria. Ci sono ancora adulti che si spaventano, ma serve conoscere la Storia per far sì che non si perda il valore di chi ha sacrificato la vita per salvare la nostra.

 

Chi è Lorenza Farina
Lorenza Farina è nata e vive a Vicenza dove ha lavorato come bibliotecaria, occupandosi di promozione della lettura e della letteratura per ragazzi. Ha pubblicato una ventina di libri tra romanzi, racconti, fiabe e filastrocche. Predilige le storie brevi che si adattano a un libro illustrato, perché nella sua testa la trama e i personaggi nascono già a colori. I suoi racconti, oltre che divertire, propongono ai giovani lettori tematiche che fanno riflettere. Con i suoi libri ha collezionato numerosi riconoscimenti, tra i quali la prestigiosa segnalazione al Premio “H. C. Andersen – Baia delle Favole” Sestri Levante 1998.

 

Chi è Sonia Maria Luce Possentini
Sonia Maria Luce Possentini è nata a Canossa (RE), laureata in Storia dell’Arte e all’Accademia di Belle Arti di Bologna, è pittrice e illustratrice. Ha ricevuto premi e riconoscimenti in Italia e all’estero, tra cui il Silver Award al concorso Illustration Competition West 49. Nel 2011 il suo libro Un bambino (Kite) è stato selezionato da IBBY Italia. Nel 2012 è stata testimonial del progetto Città Invisibili nell’ambito della Biennale di Letteratura e Cultura per l’Infanzia della Regione Veneto. Nel 2014 ha vinto il Primo Premio Pippi con L’alfabeto dei sentimenti (Fatatrac), di cui sono uscite anche la versione Carta in tavola e pocket. Nel 2014 vince il Premio Città di Bitritto con il libro Noi (Bacchilega), selezionato poi da Ibby per Outstanding Books for Young People with Disabilitie. È docente di Illustrazione presso la Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia e presso l’Università degli Studi di Padova nel Master di letteratura. Nel 2015 vince il Premio Rodari, nel 2016 il premio d’illustrazione per la letteratura ragazzi di Cento (FE), e nel 2017 il premio Andersen come miglior illustratore.

Percorsi d’autore: intervista a Elisa Paganelli, illustratrice degli activity book “Colora e completa il tuo libro dei dinosauri” e “Colora e completa il tuo libro degli animali”

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Come nascono le illustrazioni per un libro per l’infanzia? E come si lavora per un activity book edito da un editore straniero, oppure su un classico come Gianni Rodari? Per saperlo, abbiamo intervistato Elisa Paganelli, illustratrice dei due activity book Colora e completa il tuo libro dei dinosauri e Colora e completa il tuo libro degli animali (entrambi scritti da Anton Poitier), in uscita da Fatatrac in questi giorni.

Come sono nati i due activity book “Colora e completa il tuo libro dei dinosauri” e “Colora e completa il tuo libro degli animali”?
Il progetto è nato all’interno di una piccola casaeditrice inglese, I Seek Creative, che lavora anche per grandi gruppi editoriali britannici. Il team creativo ha avuto un’intuizione e, una volta sviluppato l’aspetto cartotecnico, è subentrata la necessità di accompagnarlo con illustrazioni dal tratto semplice ed efficace nel coinvolgimento del bambino, invitandolo ad interagire con un libro che si fa oggetto e che si trasforma proprio grazie al suo intervento. È qui che sono entrata in scena io con le mie illustrazioni.

 

Nelle immagini sotto, un disegno realizzato da Elisa Paganelli per Colora e completa il tuo libro degli animali e il modello di partenza realizzato da I Seek Creative.

 

 

 

Hai illustrato molti libri (narrativa e activity book) italiani e stranieri, puoi raccontarci il tuo metodo di lavoro a questo tipo di libro?
Per questo progetto ho dovuto lavorare tenendo sempre presenti lo sviluppo tridimensionale e il movimento delle singole pagine. Quando si tratta di pop-up l’illustrazione deve andare a vestire una struttura predefinita e non sempre le forme a disposizione, con i loro limiti fisici, si sposano con l’idea di disegno che si potrebbe avere su due dimensioni. La sfida di dare un senso alle “sagome” è diventata presto un gioco stimolante. L’altro aspetto del lavoro è poi quello stilistico. Trattandosi non solo di un pop-up ma anche di un libro da colorare (detti “colouring book” in termini tecnici), è stato necessario lavorare sulla semplificazione del tratto. Per un illustratore la ricerca non si arresta mai, si intraprendono strade e si sviluppano stili in base al proprio sentire, spesso orientati al dettaglio ossessivo. Talvolta la richiesta è invece di spogliarsi per un momento di tutto ciò e ritornare all’origine, divertendosi come quando eravamo bambini, con una gestualità più libera.

Qui sotto, uno studio di gatto Elisa Paganelli e accanto la pagina con il disegno definitivo che compare in Colora e completa il tuo libro degli animali.

 

                                                       

Hai lavorato su molti testi di autori contemporanei, sia romanzi sia saggi: come cambia il tuo approccio in questi due casi? Quale interazione hai con gli autori?
Confesso che il mio rapporto non è quasi mai subito con l’autore, quanto invece con le parole, con il testo e i protagonisti dei racconti. Amo la parola scritta, ha il potere di condurmi per mano altrove. Per riuscire a lavorare a una storia devo addentrarmici e conoscere da vicino i protagonisti, immaginare le loro vite, quasi sentire le stesse cose che sentono loro. L’immedesimazione è fondamentale per me. Una volta assaporata la storia inizia la ricerca, e il fatto di lavorare su grandi classici o autori illustri, porta inevitabilmente a voler omaggiare l’opera senza però risultare banale. Questa spesso è l’opportunità per studiare qualcosa che arricchisca la propria linea stilistica, al fine di discostarsi da ciò che è già stato creato. Magari si tratta di dettagli impercettibili per i più, ma che lasciano comunque un segno nel proprio percorso creativo.

Una doppia pagina da Colora e completa il tuo libro dei dinosauri.

Ti sei cimentata anche nell’illustrazione di un libro di storie e rime di Gianni Rodari: quanto ti hanno influenzato i lavori degli autori che ti hanno preceduto e la fama dell’autore?
Sui banchi di scuola ricordo ancora l’ammirazione con cui la maestra ci presentava i testi di Rodari. Sono tanti i colleghi illustratori che hanno avuto l’onore di affiancare i suoi lavori e, quando è arrivato anche il mio turno, ho pensato solo che avrei voluto rendere omaggio ad uno degli autori della mia infanzia che tutt’oggi nutre la fantasia dei bambini. L’unico modo per farlo era non pensare alla sua fama, ma concentrarsi sulle parole: anche perché è impossibile non farsi trasportare dalle sue filastrocche divertenti. Devo dire che i personaggi sono balzati fuori dalla matita spontaneamente, senza chiedere permesso. Per quanto riguarda l’aspetto stilistico devo dire che io osservo sempre con curiosità ciò che mi circonda, e credo che tutto l’insieme di immagini e vita vada a costituire il tratto con cui lavoro e che cambia insieme a me giorno per giorno. Nel periodo in cui ho illustrato Le più belle storie e rime di Gianni Rodari per i piccoli per Edizioni EL, stavo cercando di alleggerire un po’ la palette di colori mantenendo comunque una certa vivacità, magari introducendo un tratto leggermente meno preciso.

Lavori molto con editori stranieri: come viene percepito il tuo lavoro all’estero, essere italiani o stranieri in generale è un vantaggio o un problema (per la lingua, i contatto lavorativi, la comunicazione solo via mail o skype, ecc.)?
Il mio lavoro ha trovato riscontro soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, e devo dire che ho notato sempre un gran rispetto per tutto ciò che va a costituire il processo di lavoro: dalle tempistiche ai compensi, fino all’aspetto creativo; inoltre portano anche pazienza quando talvolta capita di fare strafalcioni con una lingua, che per quanto ci si sforzi non è la nostra. Chiaramente si tratta di un lavoro che si svolge a distanza, prevalentemente attraverso scambio di email, e non ho un metro di paragone con quello che potrebbe essere il lavoro come dipendente all’interno delle stesse case editrici. Ovviamente per rapportarsi con l’estero l’inglese è d’obbligo e di tanto in tanto ho bisogno di fermarmi e verificare termini e modi di dire, soprattutto quando si tratta di romanzi più complessi. Questo è un ulteriore spunto formativo: avere uno scambio costante non fa che stimolare un arricchimento linguistico basato sulla pratica, a mio parere più efficace che il semplice studio teorico. Uno dei vantaggi degli scambi di email è che si ottimizza al massimo il tempo di lavoro e si è costretti a essere chiari e puntuali nello scambio di informazioni. Sebbene gran parte del lavoro si svolga in forma scritta, si riescono comunque a costruire rapporti umani e a respirare un po’ di quell’oltreconfine che spesso è raggiunto solo attraverso viaggi di piacere.

Raccontaci qual è stato il tuo percorso di illustratrice.
Sono nata a Modena nel 1985, e fin dall’infanzia ho amato il profumo della carta, il disegno e il tradurre le parole in immagini. Ho frequentato l’Istituto d’Arte della mia città e il corso di illustrazione all’Istituto Europeo di Design (IED) di Torino. Ho lavorato come Graphic Designer fin da giovane studente, ed è proprio dietro alla scrivania di un’agenzia di comunicazione che ho deciso di lasciare tutto per dare vita a “Teapot Graphic Design” nel 2008, Concept Store e design studio. L’idea di stare una vita intera dietro alla stessa scrivania, nella stessa azienda mi soffocava. Nonostante il successo dalla mia piccola impresa e alcuni riconoscimenti ricevuti, nel 2015 ho deciso di seguire il cuore e vendere lo store per dedicarmi appieno all’attività di illustratrice e direttore artistico, nella quiete della campagna con i miei assistenti a quattrozampe. Il mio percorso di illustratrice è iniziato forse prima che me ne rendessi conto. Ho ancora in soffitta alcuni temi delle scuole elementari ognuno accompagnato da almeno un disegno. Alle superiori questa mia abitudine è stata penalizzata con pessimi voti dalla professoressa di italiano, perciò ho riservato gli slanci creativi alle ore di progettazione grafica, dove ho avuto la fortuna di incontrare quella che considero la mia mentore: Antonella Battilani. Grazie a lei ho conosciuto il mondo dell’illustrazione per l’infanzia. Il mio stile è sempre stato legato a doppio filo con la grafica e per un periodo ho dato più spazio a quest’ultima, convinta di lasciar posto a chi nell’illustrazione fosse più talentuoso. Ero vicina ad artisti eccezionali ed era chiaro, almeno per me, che non avrei potuto competere. Mentre l’attività di direttore artistico e di designer erano la mia quotidianità e mi davano soddisfazione. Di tanto in tanto però il sogno faceva capolino e così, dopo qualche anno di stasi nel disegno, una volta ripresa in mano la matita non l’ho più mollata. Rimane l’estrema autocritica, motore anch’esso fondamentale per guardare avanti. Ci è voluto un po’ ma ho compreso che, come accade per tutte le arti espressive, il percorso di un illustratore e l’evoluzione del suo stile è un viaggio nel sé, ed è solo andando a fondo che si trova una fonte inesauribile di stimoli. Una fonte che va nutrita e che personalmente rinnovo osservando tutto ciò che mi circonda, con meraviglia: dall’alba che vedo ogni mattina, allo Zazen, dall’arte (Kuniyoshi, Tolouse Lautrec, Lucio Fontana…), al lavoro di colleghi bravissimi (Isabelle Arsenault, Sebastien Mourrain, Violeta Lopiz, Joana Concejo…), dai viaggi alle letture, dai racconti delle persone, e infine dalla natura, mia vera casa.

 

Chi è Elisa Paganelli
Elisa Paganelli è nata a Modena nel 1985, ha frequentato l’Accademia di Belle Art delle sua città e in seguito l’Istituto Europeo di Design di Torino. Dopo varie esperienze lavorative, dal 2015 si dedica solo all’illustrazione collaborando con editori italiani e stranieri.

Il suo sito è: http://elisapaganelli.com

 

Di Elisa Paganelli in catalogo:
Colora e completa il tuo libro degli animali
Colora e completa il tuo libro dei dinosauri

L’arte di far debordare le storie: intervista a Sophie Fatus

2018, Calendario, Cosa succede, Sophie Fatus

Nata a Parigi in una famiglia di artisti, Sophie Fatus non poteva che avere il disegno nel suo destino. Dopo il trasferimento a Firenze, comincia a collaborare con Fatatrac per la quale realizza moltissimi libri tra cui le Carte in tavola In occasione dell’uscita del Calendario 2018 di Fatatrac e del suo nuovo libro, Buonanotte e Pizzicotto, abbiamo fatto due chiacchiere con lei.

Qui sotto una pagina da Buonanotte e Pizzicotto.

Come è nata l’idea di Buonanotte e Pizzicotto?
L’idea è nata partendo da un giochino famoso che facevamo da piccoli e fanno tuttora i bambini in Francia: “Pizzichino e Pizzicotto vanno in barca, Pizzichino cade in acqua, chi rimane sul battello?” (in francese: “Pincemi et Pincemoi s’en vont en bateau, Pincemi tombe à l’eau. Qui est-ce qui reste?”), che poi ho ripreso come prima strofa del libro. Mi piaceva l’idea di sviluppare questo concetto per rendere divertente e invogliante il momento, non sempre apprezzato dai bambini piccoli, di andare a dormire.

Il Calendario 2018 è illustrato da te: è la prima volta che ti cimenti con un prodotto del genere?
Nel 2007 ho già avuto il piacere di illustrare un calendario per Città del sole.

Le illustrazioni dei mesi sono dedicate ai segni zodiacali: come mai questa scelta e come ti sei rapportata all’enorme quantità di illustrazioni sul tema?
Molti segni zodiacali sono animali o “animaleggianti” e, di fatto, si prestano bene a ogni genere di fantasia, soprattutto se rivolti a un pubblico non solo adulto. Adoro disegnare animali in tutte le loro sfaccettature e mi piaceva l’idea di mescolare i loro Segni con fiori e natura di stagione, così da uscire dai criteri classici dello zodiaco e poterli rendere più estrosi e sognanti.

Qui sotto una pagina del Calendario 2018 per Fatatrac.

Come nascono i tuoi libri per bambini hanno una lunga gestazione, segui le richieste degli editori e degli altri autori con cui collabori ecc.?

I libri nascono sia di idee primarie mie con testo personale, sia da richieste specifiche degli editori, o anche dagli autori stessi. Quelli che nascono da me, spesso partono da un flash improvviso, a volte visivo, come una immagine, un personaggio, un colore, o a volte mentale come un pensiero che poi mi tartassa per mesi, costruendosi via via nella mia mente, e cercando il varco per uscire non proprio nudo e grezzo ma “vestito” alla meglio e foderato in un suo nido immaginario che poi sarà la trama. In ogni caso, sia che nasca prima l’idea oppure l’immagine, a farli appunto da “nido” è una sorte di club interiore per idee single che si prodiga immediatamente per farli incontrare o inventare loro il partner ideale a fine di una valida unione, in questo caso la storia. Quando invece devo illustrare un testo proposto dall’editore o da un autore, la mia ricerca è quella di affiancare al meglio l’idea proposta, di farla galoppare nutrendola di colori e arricchendola, a volte per farla debordare e permetterle di esplodere o a volte in maniera più delicata ed “educata” per lasciarla sussurrare.

Sei nata in una famiglia di artisti: papà architetto, mamma pittrice, una sorella scultrice e una stilista, il fratello clown. Come avrebbero preso l’idea se tu fossi diventata, per esempio, avvocato o ingegnere?
Mah! Ce lo chiediamo tutti, loro compresi. Ma credo non sarebbe mai potuto succedere che io avessi potuto diventare altro da quello che sono… Era troppo bello e invogliante il mondo dell’arte: il retrobottega dello studio di mio padre era pieno di colori, di materiali, modellini, carta e cartoncini con i quali ogni giovedì pomeriggio i miei fratelli e io costringevamo i suoi collaboratori a realizzare con noi capelli da cowboy, castelli di fate oppure opere altamente contemporanee; i negozi – irresistibili – di materiali per artisti; l’odore di legno della segheria dove mia madre si forniva, offrendoci poi una paghetta per aiutarla a lisciare e scartavetrare quei legnetti che poi avrebbe dipinti. Tutto questo era per noi magia, vita quotidiana e fonte infinita d’immaginazione. Eravamo segnati. Anche in famiglia, rispetto ai cugini e ai parenti molto più “classici” di noi, venivamo considerati gli “strambi parigini”, “gli artisti”… e ci piaceva tanto!

Come hai scelto la tua strada di illustratrice e autrice per l’infanzia?
Da piccola mi ritagliavo antenati di pop up e libricini di carta disegnata, del tutto inconsapevole che sarebbe stato il mio futuro. Sempre grazie ai miei genitori e a una scuola primaria ed elementare eccezionale (L’Ecole Alsacienne), dove facevo ceramica, pittura, disegno, scultura, rimasi affascinata da tutte le forme di espressioni. Ho poi studiato architettura (l’unico punto fermo per ognuno in famiglia!) all’università, e poi belle arti. Infine, nel bisogno di evadere dal “troppo tutto” e di trovare un mio percorso personale, sono venuta a Firenze. Lì, ho avuto la fortuna di conoscere e collaborare subito con Fatatrac, allora appena nata, e con la quale siamo più o meno cresciuti insieme. Ho poi scoperto la Giunti, la fiera di Bologna, altri editori: la mia strada ormai era imboccata. Nei momenti più difficili, ho poi scoperto (nel mio piccolo) di saper anche scrivere. Non ho però mai perso il gusto della pittura, della scultura e del design, che a loro modo sono sempre per me un polmone aperto di aria fresca e di rinnovo.

Chi è Sophie Fatus
Sophie Fatus è nata a Parigi ma vive e lavora a Firenze da molti anni. Ha pubblicato con le principali case editrici italiane e straniere (come Giunti, EL, Rizzoli,Mondadori,  Carthusia, Nathan, Simon&Shuster, Scholastic), tenuto laboratori didattici sull’illustrazione e partecipato a numerose collettive e personali. Nel corso degli anni ha vinto vari premi tra cui il Premio Andersen 2011 per il miglior libro 0/6 anni. Al lavoro d’illustratrice alterna quello di pittrice, designer e scultrice. Alcune sue opere tridimensionali sono state acquistate dall’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze.

Di Sophie Fatus in catalogo: